Qualcuno ha visto Leggerezza?

ATTENZIONE Questo post non è da leggersi come un’ammissione di colpa per le mie nevrosi né come un atto di resa alla palestra

Ma io precisamente quand’è che sono passata da cazzona a bacchettona rompipalle? Forse nello stesso lasso di tempo nel quale mi sono andata a collocare di diritto nella categoria “ragazze sovrappeso”? No, perché tu che ora mi vedi strizzata in questi jeans di n. taglie più grandi dei miei, devi sapere che questa non è la mia taglia, che io non sono sempre stata così e che anche se ora vedi solo un salame in jeans, con un po’ di immaginazione ritroverai la ragazza taglia 40 (vabbé, 42) che ero un tempo.

Dovrei andare in palestra o in piscina o al parco a fare un passeggiata. Dovrei mangiare meno carboidrati, meno dolci, meno fritti. Dovrei, dovrei, dovrei ma non ne ho voglia.

E dovrei pure ritrovare un po’ di spensieratezza che a volte mi sembra di essere diventato un gendarme, uno di quelli cattivi eh, che dà ordini e mette in riga tutti. Perché sennò le cose non funzionano, mi dico. Perché se sfugge qualcosa a me, mi sono convinta, siamo finiti. Tutto sotto controllo, tutto schedato, tutto mentalmente in ordine. Tutto talmente diverso da quello che ero da angosciarmi ogni volta che mi specchio, da farmi mordere la lingua ogni volta che acidamente dico agli altri cosa devono fare.

Posso rassegnarmi al divano (qualche volta) ma alla metamorfosi mammaemoglierompipalle dico no. Se fino a ieri passavo settimane con i piatti da lavare e le lavatrici da fare oggi non posso farmi angosciare dalle tazzine da caffè sporche. E no, non mi rassegno nemmeno al fatto che ora sono così perché sono mamma, che non può essere vero che insieme al figlio una partorisce anche la simpatia, l’ironia e la voglia di prendersi poco sul serio. No, no e poi no. Rivoglio la mia leggerezza. E’ mia, mi appartiene, senza di lei non sono io. Mi serve, serve al mio Coinquilino che mi ha conosciuta che ero “un’esplosione di energia” (sì, l’hai detto, magari eri ubriaco ma l’hai detto), serve ai miei amici ai quali monopolizzavo le loro vite sociali, serve al Nano che si merita una mamma col sorriso. Serve a me.

Quindi se qualcuno se l’è presa me la riporti. Per favore. Io aspetto tre giorni, poi esco a cercarla.

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Il bucato di mammà

Lavatrice-vintage

E poi c’è quella storia del bucato. Quella che va a peggiorare la mia già malmessa situazione di pessima madre. Quella per cui il tuo bucato profumerà sempre meno di quello di tua madre.

Ma cazz cribbio (ho scoperto ‘sta cosa della cancellatura solo un post e mezzo fa, non so se si era capito) ora sono madre anch’io e pensavo che il processo del bucato che profuma di mamma si innescasse automaticamente. E invece una tragedia. Nel senso che quando affondo il viso nel bucato che (raramente) mia madre mi restituisce lavato e stirato mi commuovo sempre. Stessa reazione che ho quando mi accorgo che il mio ha quell’odore di, uhm, CANE BAGNATO.

Ieri ho passato il pomeriggio a fare lavatrici di cose già lavate nel disperato tentativo di restituire dignità agli uomini della famiglia che, già mi immagino, allontanati da tutti per il loro sgradevole odore. Io non ho velleità da casalinga né ambisco al premio mamma dell’anno (nel caso non si fosse capito) ma questa cosa del bucato non mi va proprio giù.

Forse dovrò solo prendere coscienza del fatto che no, non ne sono capace? La lavatrice non fa per me, il ferro da stiro nemmeno e mio figlio non dirà mai: “ah, il bucato di mia mamma” con aria sognante!

Ma questa cosa mi rende triste, tristissima, sapevatelo.

Indovina chi viene a cena?

Ieri sera sono andata a cena dalla mia amica. L. è una di quelle con le quali fino ad un anno e mezzo fa uscivo a ubriac divertirmi la sera, con la quale ho speso i migliori anni della mia vita entrando ed uscendo dai locali, facendo le scem conoscendo gente, organizzando feste alcol a tema e invitando pure i passanti a salire. Fino ad un anno e mezzo fa, appunto.

Ieri ero a cena da lei. Con il nano. C’erano il Coinquilino mio e anche il suo e un paio di altri amici, chi single, chi no. In pratica quel gruppo di gente che fino ad un anno e mezzo fa, di lunedì, sarebbe stata capace di uscire dopo cena per un giro di amari e tornare alle sei del mattino con cappuccino e cornetto in mano. Ieri sera no. Ieri sera abbiamo mangiato tartufo, abbiamo chiacchierato di quanto eravamo stanchi e di quanto avevamo sonno, abbiamo fumato moderatamente uno per volta e accanto alla finestra e solo alcuni di noi hanno preso il caffé. La bottiglia di bianco l’abbiamo finita, quella di rosso no.

A metà serata qualcuno (io ero in cucina, in bagno, in terrazzo non so dove ma comunque non c’ero, venga messo agli atti) si è collegato a Youtube e ha iniziato a cercare canzoncine per bambini più o meno note e quando sono tornata ho trovato questo gruppo di fu giovani colti, belli e brillanti intenti cantare “il coccodrillo come fa”. Tutti insieme. Tutti in coro. Nessuno escluso. Una scena pietosa e il nano, manco ve lo dico, gongolava felice come a dirmi: “Lo vedi brutta stronza che non vuoi farmi mai uscire con te che i tuoi amici si divertono di più con me“.

E mi sa che ha ragione, che quelli si divertivano per davvero, che ogni volta che arrivo senza il nano fanno certe facce e non mi parlano almeno per mezz’ora, che suonano a casa un giorno sì e l’altro pure ma non certo per sapere come sto io. E che ‘sta cosa delle cene allargate anche ai Nani l’hanno accettata meglio di me!

Pessime madri di tutto il mondo unitevi (a me)

1. sono una pessima madre perché stamattina come prima cosa ho parcheggiato il nano davanti la tv;

2. sono una pessima medre perché in tv c’erano le Winks;

3. sono una pessima madre perché non ho ancora mai portato il nano a passeggio al parco;

4. sono una pessima madre perché quando sono in giro col nano e mi accorgo di rumori strano provenire dalla pancia, io faccio finta di niente. almeno finché non sarà l’odore a parlare per me;

5. sono una pessima madre perché mi è capitato di far finta di niente anche quando questi rumoretti li sentivo di notte;

6. sono una pessima madre perché ancora non ho avuto il coraggio di assaggiare le sue pappe, ché io quell’agnello in polvere ‘gnafaccio

7. sono una pessima madre perché (troppo) spesso uso il ciuccio come silenziatore;

8. sono una pessima madre perché ieri ho pregato la mia di madre di tenermi il nano per una settimana e di farmi ripartire da casa sua senza di lui;

9. sono una pessima madre perché ogni venerdì sera vorrei essere altrove anche se, poi, solitamente penso a quanto sono stanca e passa;

10. sono una pessima madre perché il nano crescerà pensando di essere il bambino più bello, intelligente, simpatico, buono e precoce che la storia ci ha dato, visto che lo penso anch’io!

E voi mamme, siete un po’ pessime come me? Se uscite allo scoperto magari fondiamo pure un partito e iniziamo ad andarcene in giro per reclamare i nostri diritti!

p.s. se avete voglia potete leggere il mio articoletto di questa settimana su Umbria24, parlo di asili nido familiari in Umbria e di come li ho scoperti.

Mamma che Topa!

Ho intervistato un topo. Anzi una topa. A dir la verità l’ho solo presentata ma è stato emozionante lo stesso. Quando mi hanno detto che avrei dovuto presentare il nuovo libro di Tea Stilton mi sono subito preoccupata per l’inglese, pensando che fosse un’elegante scrittrice di mezza età.

Per fortuna ho avuto la decenza di pensarlo e basta. Effettivamente quel nome mi diceva qualcosa ma il collegamento col suo più famoso parente l’ho fatto solo dopo un po’. E ho capito. E ho capito che il giorno in cui avrei ringraziato perché mi hanno dotato di ironia invece che di tette era arrivato. Che poi, dopo qualche calciatore, un sessuologo e un wedding planner, Tea era il personaggio più famoso che incontravo nel corso della mia brillante c(o)arriera (come? Ah, dite che poi tanto brillante non è? Ma come? Una Stilton mica pizzaefichi?)

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Insomma, morale della favola, sono andata alla presentazione con un’ansia che nemmeno il giorno della mia laurea, ho conosciuto Tea che con i bambini ci sa fare molto più di me e, alla fine, mi sono limitata a presentarla a questo pubblico in cui tutti erano alti non più di un metro e mezzo che praticamente non mi ha filata.

E ci credo, vorrei vedere voi non sfigurare accanto ad una Topa!

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Lei è mitica, un’ammaliatrice di bambine (c’erano anche bambini ma i più si sono lasciati intimorire dalla copertina fucsia del libro), con una voce talmente simpatica che quando mi ha ringraziata e salutata mi era quasi venuta voglia di darle un bacino sul muso e, invece, mi sono limitata a stringerle la zampa.

Il libro, “Una cascata di cioccolato”, l’ho letto e quasi quasi mi compro qualche altra avventura delle Tea’s sister, che sarebbero queste cinque amiche topolose che si sono conosciute all’università di Topford e da allora hanno iniziato a risolvere misteri in giro per il mondo. In questo episodio (Tea scrive libri da quasi 10 anni) volano in Ecuador, manco a dirlo, in una fabbrica di cioccolato che sarà al centro di un sabatoggio, chissaperché chissapercome, sul quale le cinque tope decideranno di indagare.

Consigliato!

Amiche vere

“Quasi quasi faccio un figlio anch’io”

“Dai non scherzare che sono sensibile all’argomento”

“No, dico davvero”

“Anch’io, davverissimo non scherzare”

“Ma…”

“Ma niente. Tu sei una che ama la sua indipendenza, gli aperitivi e fare le sei di mattina nei locali. Argomento chiuso”

“Ma… ”

“Cosa? Tu adori i tacchi e le sigarette. Lo sai che per un bel po’ devi smettere con entrambi?”

“Ma…”

“A te non piace fare le lavatrici e lavare i piatti. Non piace cambiare pannolini. A te piace portare buste piene di vestiti nuovi e no spingere una carrozzina. E poi hai solo trent’anni”

“Ma…”

“Tu sei una indipendente, brillante, intelligente insomma no biberon, no pannolini, no pianti isterici”

“Ma… se ci sei riuscita tu”

“…”