C’è chi va all’università e chi in Laguna

Sarà che la febbre del nano se ne è andata (ma di là ci ho il coinquilino con un raffreddore che manco ve lo dico, tanto per non abbassare mai la guardia, mai), sarà che quello di essere riuscita a tornare al cinema a soli quattro mesi dalla nascita di Pietro mi sembra un traguardo di tutto rispetto e sarà anche che l’appuntamento era una di quelli seri e il film in questione il nuovo della Pixar, Monster University, ma stasera ero parecchio euforica. Ah, sarà anche che domani parto per una decina di giorni ma in realtà l’idea della vacanza nanomunita mi spaventa e non poco.

Monster-University

Di sicuro in molti parleranno di crisi della creatività in casa Pixar (e a dire la verità l’ho pensato anch’io quando ho saputo quale sarebbe stato il soggetto) ma a me il film è piaciuto. In Monster University si torna a Mostropoli, universo parallelo che ha ospitato il geniale Monster & Co. in un prequel ambientato ai tempi dell’università di Sulley e Mike, protagonista indiscusso di questo episodio che racconta la nascita dell’amicizia fra i due. All’inizio i due si guardano in cagnesco, poi capiscono che per raggiungere l’obbiettivo tocca darci dentro, di brutto e insieme. La storia è sempre la stessa: dotato di un talento naturale, ma spocchioso e svogliato, uno, zelante e studioso l’altro che però ‘gna po fa, come si dice, troveranno nella coppia la formula esatta del successo: il gioco di squadra mescola e diventa meglio delle singole individualità! Insomma un concetto semplice e nemmeno troppo originale ma un po’ per l’ambientazione universitaria e caciarona, un po’ perché è il primo film d’animazione visto da mamma (che poi non è che cambia niente, eh) ma io mi compro il dvd pure di questo, completo la collezione pixeriana e aspetto Pietro per imparare le battute a memoria.

Intanto provo a sopravvivere a questa vacanza bi-tappa, una roba che, solo una mente malata che continua a negare a se stessa la sua condizione attuale, poteva partorire. Dunque la faccenda dovrebbe funzionare così: tre giorni a Venezia, che è una città consigliata da tutti i pediatri per l’aria salubre e da tutti i fisioterapisti per curare una schiena malmessa a forza di apri-solleva-chiudi-risolleva il passeggino, con la Biennale d’arte come priorità assoluta e poi una settimana in Trentino, che il coinquilino c’aveva casa e già siamo più allineati con la vacanza tipo della coppia giovane (di pensionati, dico io) con bambino piccolo. Tanto che appena Coinqui mi ha detto: “andiamo in Trentino”, io ho risposto: “sì, dai, almeno saliamo al ghiacciaio e sciamo un po’”.

Solo molto più tardi ho saputo che un bambino sotto i due anni deve restare sotto i 2.000 metri.

Bene, sono tre giorni che faccio e disfo le valigie che volevano essere intelligenti e divise tra prima e seconda tappa: ne è venuto fuori un solo borsone per Venezia, che però pesa quanto me e altre cinque o sei borse e borsette del quale ignoro il contenuto. Io sono già stanca, sarà una gran fatica e quando tornerò penserò: “chi me l’ha fatto fare” ma volete mettere quanto vale quell’attimo di spocchia nel dire che io, per la sua prima vacanza, mio figlio l’ho portato alla Biennale di Venezia.

So già che lui m’insulterà!

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